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Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo IV

Capitolo IV

Mangiai solo qualcosa di fugace, poca roba in effetti, ma dopotutto non avevo molta fame, anche visto l’aperitivo fatto poco prima.

Ultimamente non mangio molto, non perché non mi va o non ho fame, semplicemente perché ho orari un po’ irregolari, quindi cerco di riparare mangiando meno, anche se non so se sia efficace come sistema: mi sento sempre stanco.

Onestamente, penso anche sia ora di regolarsi un po’: dopotutto sono già tre mesi che mi alleno regolarmente, quindi magari è anche ora di iniziare a darsi una sistemata anche dal punto di vista alimentare. Onestamente non ne vedo il bisogno, ma Gianluca dice che è meglio seguire anche una dieta per ottenere risultati seri.

Mi farò dare dei consigli da lui.

E’ una settimana che mi sento un pelo sottotono, anche la mattina, dove faccio davvero fatica ad alzarmi, o a lavoro, dove spesso sono deconcentrato e comunque sempre stanco, con occhi pesanti, mal di testa, etc.

Devo assolutamente dare qualcosa in merito.

Però, devo anche dire che in solo tre mesi sono migliorato parecchio.

Lo dicevo anche in precedenza: il mio corpo sta cambiando.

Andiamo a ballare stasera, quindi pantaloni stretti e camicia. Mi stanno appena. Tre mesi fa, erano della mia taglia.

Bene, significa che tutti gli sforzi che sto facendo, stanno iniziando a ripagare.

Erano circa le 23.00, quando ci incontrammo tutti all’ISLAND. Ovviamente il primo ad arrivare fui io: il concetto di puntualità per me era un mantra, penso neanche volendo sarei riuscito ad arrivare in ritardo.

Dopo circa un quarto d’ora ecco Kim.

Il locale, l’ISLAND, era un bel bar, con due sale, la prima con gli ingressi ed il bancone, dietro un’altra sala molto più grande con tavoli, un biliardo ed un calcio balilla.

Io aspettavo sul bancone, sorseggiando lentamente un amaro dal sapore molto pungente di erbe aromatiche, versato in un piccolo bicchiere esagonale con due cubetti di ghiaccio, che con l’attesa erano diventati acqua, diluendo il liquore, facendo così allungare semplicemente il tempo per finirlo.

Tutto, solo per passare il tempo in attesa degli altri.

Portavo il bicchiere dalla bocca al bancone, nell’esimo sorso timido quando Kim entrò dalla porta proprio di fronte a me. Come sempre era bellissima, anche chiusa in quel cappotto nero troppo pesante per la stagione in cui eravamo, un filo di trucco a risaltarle gli occhi nocciola ed il colorito chiaro della sua pelle. Aveva i capelli sciolti in una chioma rosso fuoco che le cadeva sulle spalle, in spettinati ricci che avevano solo l’effetto di essere spettinati, ma si vedeva che erano estremamente curati e ponderati nella scelta di assumere quel determinato stile.

Mi vide e mi sorrise, salutando distrattamente tutti i presenti con un “Buonasera” generale tipico di entra in un locale pieno di gente.

Puntò dritta verso di me, si fermò solo a tenere la porta per far uscire una signora con un passeggino fin troppo ingombrante per ospitare un solo bambino, ma si sa, le mamme spesso esagerano in queste cose.

“Oi! Ma guardati come sei in tiro!”


“Io? Ma porto solo una camicia, nulla di che.”


“Sì ma ti sta bene”



Disse passandomi una mano sulla spalla, come ad accarezzare le pieghe dell’abito e controllare quanto spazio fosse occupato dal vuoto.

“Se lo dici tu”


“Siii, ultimamente sei in forma”

“Grazie”

Dissi timidamente, sforzandomi di nascondere l’imbarazzo.

“Che ti prendi?”


“Tu che hai preso?”


“Un Unicum con ghiaccio”


“Fa sentire…”

Fece portando il naso sopra al bicchiere

“Madonna! Coff Coff… Ma che cavolo è? Benzina?”


“Ahahahaha ma no, è buono, forte, ma buono!”


“Se lo dici tu…”

Alla fine non prese nulla, tranne un cioccolatino al cioccolato bianco dal mucchio lì di fianco.

“Tu dici dell’Unicum, ma come fai a mangiare il cioccolato bianco? È dolcissimo!”

“Ma che dici? È buonissimo, non capisci niente!”

“Contenta tu ahahahah”

“Certo”

E mi sorrise…

Sentii aprire la porta, ed ecco che entravano Laura ed Andrea insieme a Jessica ed Alessandro, che con un gran chiasso stavano discutendo di non so cosa, ma era normale: trovavamo sempre il modo di azzuffarci, ma per scherzare, ci piace il sarcasmo.

“Oh eccoli, vedi che stavano dentro!”

Sbottò Jessica, come a dire che stavano discutendo su dove fossimo io e Kim.

“Già… E noi che pensavamo stessero chissà dove”

Questo era quello stronzo di Andrea, che lanciava frecciatine, come se per me fosse facile reggere l’imbarazzo. Odiavo diventare rosso in faccia con tanta facilità, ma che potevo farci? Non potevo controllarlo.

“Dai Ed, finisci quel coso e andiamo!”


“Ok un attimo, sono io quello è stato io 15 minuti ad aspettarvi”

“Dai che è tutt’acqua, butta giù e andiamo che senno troviamo una coda che non finisce più.”

“Si dai”

Dissi buttando giù d’un fiato quello rimasto nel bicchiere

“Chi guida?” 

Esordì Laura dal nulla

“Una la prendo io, stasera non bevo che domani pomeriggio ho la partita”

Disse Alessandro

“Top, l’altra la prendo io”

Questo invece ero io.

Normalmente non bevo quando vado a far serata, al massimo la consumazione che ti danno col ticket all’ingresso, di conseguenza prendo spesso la macchina.

Ci dividemmo io, Kim, Laura ed Andrea in una macchina, Alessandro e Jessica nell’altra: Alessandro non voleva fare troppo tardi, così andò da solo con la sua ragazza.

Noi quattro, potevamo fare l’ora che preferivamo.

Saliti in macchina, destinazione CROWN.

Continua…

Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo III

Capitolo III

Cavolo, cosa dovevo fare oggi? 

Aia, le gambe!!!

Ieri era mercoledì, il mercoledì è una delle giornate più dure della settimana. No in verità, cioè, non è esatto, è solo la più faticosa. Allenare le gambe significa che il giorno dopo non puoi fare le scale. L’equazione è semplice.

Come ogni mattina, solita sveglia con i due schiaffoni autoinflitti, acqua fredda in faccia e si parte per il lavoro. Ho da finire un po’ di cose arretrate a lavoro, ma oggi posso prendermela comoda, e finire con calma, stasera riposo!

Finalmente a casa, non vedo l’ora di buttarmi sotto la doccia e levarmi la stanchezza di dosso.

Ora mi tolgo la maglietta, e lo specchio non è più così terribile: in 9 mesi i miei lineamenti, le mie forme chiamiamole, sono decisamente cambiate.

Chi avrebbe mai detto che quel ragazzo che solo 3 trimestri fa, davanti a quella reception aveva una paura matta di quelle sale e di quegli attrezzi, sarebbe diventato un malato di sport da non saltare neanche un giorno, bhè, almeno mi piacerebbe.

Ora mi guardo, e finalmente inizio a piacermi.

Oltre questo, sento proprio come se il mio corpo fosse rinato.

I primi giorni, anzi, il primo giorno e peggio il giorno dopo ancora, avevo dolori in zone che onestamente non sapevo di avere. Tutto è sveglio, come se il mio corpo fosse sempre rimasto addormentato, e all’improvviso destato. Dopo ogni allenamento, ogni semplice sessione, mi “sento”… Ed è stupendo.

Anche quando non faccio nulla, come ad esempio lo stare al PC, vedere un film, “mi sento”.

Non è una cosa facile da spiegare, ma l’unica parola che mi viene in mente è proprio questa: sentire.

Era sabato, e come quasi tutti i sabati pomeriggio, ero al bar del paese per un aperitivo con alcuni amici. Erano già i primi giorni d’autunno, e l’aria iniziava a farsi più fredda, e le giornate più corte. I tramonti iniziavano ad avere quel colore rosso acceso, tipico delle prime giornate di ottobre, dove le nubi dense ma rade, regalavano quei giochi di luce ed ombra, perfetti per una foto su instagram, ma che a me piaceva soltanto guardare di persona.

Non sono la persona che si perde nel fotografare e comunque immortalare qualcosa di bello appena lo vede, io sono più la persona che guarda e basta, per poi magari pentirsi di non aver fatto una bella foto da tenere come ricordo. Poco male.

Quel sabato ci siamo ritrovati in cinque: io, Jessica, Andrea, Kim e Laura.

Eravamo molto amici, non ricordo neanche da quanto tempo in realtà, e passavamo gran parte del nostro tempo libero insieme.

Unico problema avevo una cotta per Kim, ormai da parecchio tempo, ma non avevo mai avuto il coraggio di dirglielo, anche perché lei non aveva mai mostrato interesse romantico verso di me, cosa che appunto, mi aveva sempre frenato. 

L’unico del gruppo che sapeva di questa cosa era Andrea, e penso che anche Jessica avesse intuito qualcosa, mentre Laura, beh… Svampita com’è, era sempre l’ultima ad accorgersi delle cose, anche delle più ovvie.

Ricordo ancora quando Andrea ci provava con lei…

Eravamo ragazzini, ma si vedeva lontano chilometri che Andrea era completamente cotto di Laura. Tutti se ne erano accorti, tranne appunto, lei.

Ci mise un po’ Andrea a dichiararsi, e Laura con tutta risposta fece “Ma davvero? Io?” Proprio per farvi capire che non ci aveva capito nulla. 

E da allora beh, sono passati cinque anni, e stanno ancora insieme.

Quel giorno mancava solo Alessandro, ragazzo di Jessica, che stava disputando una partita di calcio. Perché Jessica, o anche noi, non siamo andati a vederlo? Semplice: non ce ne frega una ceppa del calcio, compresa Jessica, che nonostante sia il suo ragazzo, non va a vedere neanche una partita, perché per lei “Il calcio è solo un’inutile sport dove 22 cretini corrono dietro ad un pallone”.

Anche a me non piace, ma non la butto giù così pesante.

Gli unici 2 stronzi ancora single in quel gruppo eravamo quindi io e Kim.

Il bello era che Jessica ed Andrea, ci giocavano su questa cosa, lanciando spesso frecciatine o comunque cercando di creare situazioni per noi. Io quando succedeva mi imbarazzavo, diventavo rosso ed incapace anche solo di reagire. Kim invece, sembrava essere impassibile, cosa che mi faceva pensare sempre più che a lei proprio non interessavo.

Non sapevo se lei sospettasse qualcosa, o se Andrea e Jessica sapessero qualcosa dall’altra parte, riguardo Kim nei miei confronti intendo, ed onestamente non volevo saperlo. Tanto non ci sarebbe mai stato niente, era questo quello che mi ripetevo quando magari vedevo qualcuno flirtare con lei e mi scattava la gelosia.

Poco importa, in questi momenti, come questo sabato pomeriggio dove noi eravamo tutti insieme a divertirci, non ci pensavo, e mi godevo semplicemente il tempo in compagnia delle persone a cui voglio più bene ed a cui sono legato.

“Oh ragà, che facciamo stasera?”

Esordì Andrea

“Boh, c’è qualche locale che fa qualcosa? Musica live, cose così?”

“Forse allo 00 fanno qualcosa… Aspettate che controllo su Facebook”

E mentre gli altri decidevano il da farsi per la serata, a me interessava di più godermi la brezza del vento che mi scompigliava i capelli e faceva volare via i tovaglioli dal tavolo.

“Maledetto vento! Ma perché non abbiamo preso un tavolo dentro?”


“Finché ci ostiniamo a dar retta ad Ed, che vuole stare fuori perché <mi piace il vento>, ecco il risultato”

“Dai, ma è bello star fuori!”


“Ma zitto, che inizia pure a fare freddo”


“Ma non è vero, siete voi ad essere atermiche”

Jessica e Laura, che si lamentavano del perché stavamo fuori.

Andrea era troppo preso a controllare il telefono cercando di capire quali locali considerare per la serata, e Kim, anche lei al telefono a messaggiare con solo lei sa chi.

“Quindi Andrè? Trovato qualcosa?

“Nulla di che, però c’è una serata al CROWN e non sembra male”.

“Che roba è?”


Se ne uscì Kim, alzando finalmente gli occhi dal display del cellulare

“Non sembra male, alla fine, male che va facciamo serata”

“Dai, andiamo li, va bene a tutti?”

Annuimmo…

Decidemmo così di fare cena ognuno a casa propria e di vederci dopo sempre all’ISLAND il nostro bar solito.

Lei non è mai esistita prima – Capitolo V

Capitolo V

Come tutte le mattine, i miei indumenti erano già pronti all’appendiabiti, quindi bastava semplicemente indossarli.

Quella mattina vestivo con un completo molto informale: un semplice maglioncino grigio in lana con trama sottile, delle calze nere, con su una gonna a tubetto in finta pelle del medesimo colore e degli stivaletti a caviglia con una fibbia oro a contornare la caviglia.

Presi il cappotto, la borsa, cellulare e chiavi ed uscii in tutta fretta, svegliandomi di colpo al mettere il naso fuori di casa ed inspirando quella fredda aria che svegliava i sensi.

Era freddo, davvero freddo, e l’erba aveva un sottile strato di brina che la faceva scintillare quando toccati dai deboli raggi del sole del mattino.

L’abitacolo dell’auto sembrava essere ancora più freddo che all’esterno, di solito guido senza cappotto che mi dà fastidio, ma quella mattina non potei far altro che tenerlo su, accendere la macchina e pregare che si scaldasse il prima possibile. 

-5° la temperatura segnata, ed erano le 8 del mattino.

Dopo quasi 40 minuti di traffico eccomi finalmente in ufficio, un luogo caldo finalmente.

Presi posto alla mia postazione, accesi il pc e subito andai come da routine alla macchinetta del caffè: avevo l’abitudine di non prenderlo a casa, ma appena arrivata in ufficio, come a dire “start, si comincia”.

“Buongiorno”

Salutai. Nella stanza con me, vi erano le postazioni di Cristina e Mary, anche loro responsabili della contabilità e della gestione dell’intera azienda.

Erano circa quattro giorni che il lavoro ci sormontava, e dovevamo correre: era stato aggiornato tutti il sistema di condivisione file e server farm, almeno questo era il nome che ci era stato detto, ma non avevo idea di cosa fosse, so solo che dovevamo imparare a lavorare in un modo un po’ diverso da come eravamo abituate finora. In pratica tutti i dati, documenti e programmi erano condivisi tra di noi, e per lavorare, dovevamo imparare ad usare una stanza in cui mettevamo tutto, in modo da poterlo condividere, modificare, quindi avere in tempo reale tutte e tre. Questa stanza poi era condivisa dal resto dell’azienda. In pratica tutti avevano tutto.

Il problema era imparare ad usare i vari sottoprogrammi per le fatture, la gestione etc, quindi si, erano giorni pesanti molto stressanti. Già tutto quello che ho detto poco sopra, sono tutte cose che ho imparato negli ultimi quattro giorni, maggior parte delle cose, non so ancora bene cosa sia.

Dunque, il caffè.

Stavo mettendo la cialda quando mi venne un dubbio: potevo prenderlo?

Non sapevo se in gravidanza potevo prendere o meno caffè, così restai un secondo ferma con la cialda in mano, a pensare.

La cosa non passò inosservata ad Ilaria

“Oi, ti sei incantata?”


“Eh? No scusami, ero sovrappensiero”

Così decisi di fregarmene: lo avevo preso anche ieri, per un giorno cosa sarebbe potuto succedere?

Così inserii la cialda, e schiacciai il solito “caffè lungo”, come tutte le mattine, poi mi voltai

“Quindi a voi come va con il nuovo programma?”


“Bah, a me non è cambiato niente: devo solo ricordarmi che tutti i resoconti spese, vanno nella cartella <resoconto spesa>, fine. A te invece?”

“Io ancora non ci ho capito molto, ma non sembra troppo difficile, devo solo capire come funziona. Cristina e Mary stanno messe peggio”.

“Immagino”

“Hey Girls! Buongiorno! Che si dice?”


Si presentò Sabrina.

“Nulla di che in verità, si parlava della nuova gestione del programma generale”

“Ah ho capito… oggi invece che si fa?”


“In che senso?”



Chiese Ilaria con aria un po’ perplessa

“Dai, è venerdì, facciamo qualcosa dopo il lavoro?”


“Mmm, non lo so, io devo tornare a casa che devo accompagnare Nicolas a calcio”

“Ho capito… Tu?”

Riferendosi a me

“Io non so, volevo stare un po’ con Rick”

“Porta anche lui”

“Chiedo e ti faccio sapere ok?

“Si ok, ma fallo!”

Era sempre così, poteva sembrare scontrosa e saccente a volte, ma sotto sotto era una bravissima persona. 

Se avevi un problema o qualcosa puoi stare sicura che puoi contare su Sabrina, oltre che nel lavoro anche nella vita. Tipo un mese e mezzo fa, quando abbiamo traslocato, è stata lei ad aiutarmi con moltissime faccende: organizzare/catalogare gli scatoloni, riempirli, caricarli e scaricarli. Il bello è che lo fa in maniera molto “silenziosa”, lei è lì, ma non la vedi, un po’ come l’aria che respiri.

Ricordo ancora quella calda giornata autunnale, eravamo in ufficio a lamentarci di quanto fosse caldo e senza pensarci dissi “ma ci pensi che questo fine settimana inizio il trasloco…”, giusto per lamentarmi un po’ del caldo, e Sabrina, beh, senza che dicessi nulla

“Vengo a darti una mano, tanto non ho niente da fare”

E si presentò davvero, lavorò sodo e non volle nulla in cambio.

Magari si sentiva in colpa perché al mio matrimonio, direi troppo ubriaca, ci provò con mio marito, e quello era solo un modo per scusarsi diciamo.

Forse, ma non penso, lei era così di natura, non era la prima volta che si proponeva di aiutare senza dire nulla e senza volere nulla in cambio, ma solo perché ha buon cuore.

Quindi mi decisi di mandare un sms a Rick, giusto per essere coerente con quello che avevo detto.

Così presi il telefono

“Invio”

“Ho chiesto, dopo ti faccio sapere”

“Oh yeah”

Una risposta un po’ distaccata, ma ci stava: erano anche le 9 di mattina e si, per chi dice che le 9 di mattina è tardi, come a dire “è un pezzo che è sorto il Sole”, beh, per me non è tardi, anzi…

Quindi tornai alla mia scrivania, soffiando delicatamente sul bicchierino bollente di caffè cercando un modo per raffreddarlo.

Poi pensateci: soffiare su qualcosa di caldo è esso stesso un controsenso, o almeno lo è per me. Io ad esempio soffio anche sulle cose fredde, non so il perché. Il motivo che mi do è che lo faccio perché inconsciamente cerco di riscaldarle. Sì, mi faccio spesso domande inutili.

Così mi sedetti davanti l PC che era ormai avviato.

Il caffè era solo un modo per attendere che il PC si accenda facendo qualcosa, visto che ci mette 10 minuti buoni, almeno non sto lì davanti impalata ad aspettare che si decida a partire. 

“Me ne serve uno nuovo” borbottai soffiando e portando alle labbra il primo sorso di caffè amaro: bollente!

Feci una smorfia con la lingua ed iniziai ad agitare la mano come un ventaglio nel tentativo di raffreddarla, e nel gesto ben poco aggraziato rischiai di gettarmi addosso tutto.

Così posai il bicchierino, mi voltai di scatto, e presi la bottiglia d’acqua che avevo in borsa e mi sbrigai a berne un sorso per raffreddare l’ustione che probabilmente mi ero procurata.

Mi presi quei cinque, forse dieci secondi per riprendere il controllo della mia lingua, stando con la testa china, gli occhi chiusi e tenendo il sorso d’acqua fermo in bocca per permettere al liquido di assorbire il calore. Alzai la testa di scatto, inghiottii e con un rumoroso soffio sputai fuori il vapore caldo dalla bocca.

Dopo una bella scrollata con la testa ero pronta ad iniziare a lavorare

“Questo schermo è un disastro”

Sussurrai dando una veloce occhiata al macello di cartelle, icone e documenti che popolavano il mio desktop: “Sarà il caso di sistemare un po’”.

Avevo quei quindici minuti prima che iniziassero ad arrivare mail e telefonate varie, così iniziai a creare cartelle con denominature varie, come avevo da poco imparato a fare, ctrl+swift+n era la scorciatoia per creare una cartella. Ci misi un po’ a ricordarmelo, forse troppo, perché i minuti passarono e senza neanche rendermene conto, Vittoria, il capo, mi stava chiamando dal bordo della scrivania.

“Fede, nel mio ufficio, subito”

Continua…

Lei non è mai esistita prima – Capitolo IV

Capitolo IV

Mamma mia che sonno, solo il fare colazione è faticoso. Non ho neanche voglia di mangiare, ho troppo sonno ed anche troppe cose da fare.

Solo che stanotte non ho dormito quasi niente, mi chiedo solo come faccia Rick a non risentire della carenza di sonno. Lo vedi che va gironzolando per la casa tutto pimpante, quasi fischiettando o canticchiando.

Ieri notte, dopo che gli ho detto di essere incinta, quasi non ci credeva: è rimasto tipo 10 secondi buoni impalato senza dire una parola, ho messo anche il dubbio il fatto che respirasse, poi i suoi zigomi iniziarono a gonfiarsi, le labbra a curvarsi, gli occhi a socchiudersi, ed assunse un’espressione di gioia ed incredulità allo stesso tempo. Si vedeva tuttavia che era felicità.

Quindi siamo stati quasi tutta la notte a parlare del come, del perché…

“Incinta? Ma come? Ma davvero?”

Si, me lo ha detto oggi la ginecologa”.

“Ma è bellissimo!! Ahahahaha” Disse saltandomi addosso abbracciandomi.

“Hey, piano, stai stringendo troppo!”


“Ma perché non me lo hai detto subito?”

“Beh, all’inizio volevo, poi ho avuto un po’ di paura in verità, te l’ho detto ora, senza pensarci, perché ero rilassata”

“… Sono felice…”

Disse sorridendo, e mi abbracciò ancora, per alcuni secondi, dandomi un calore che sentivo entrare fin dentro le ossa.

Fu un caldo e lungo abbraccio, in silenzio, dove non serviva parlare.

“Ti amo”

Erano le uniche parole che disse quando mi lasciò, sistemò il cuscino e si mise a dormire.

Io restai a guardarlo mentre si preparava le coperte, seguendo i suoi movimenti, i suoi gesti, la cura nel sistemare i lembi della federa in modo perfetto, senza che nessun angolo di tessuto uscisse.

Poi sorrisi, e mi misi a dormire anche io.

Quindi eccomi, con poche ore di sonno, anche agitate, stanca come se avessi scalato il K2.

“Hey tesoro! Ma che fai? Ci pensi?”


“Eh? Cosa?”

“Stai lì impalata! Hai il biscotto nel latte da una vita… Guarda, si è anche spezzato”

Guardai in basso, nella tazza, galleggiava metà del biscotto che avevo inzuppato. Distrutto

“Yaaawn… ho sonno, non ho dormito granchè, non stressarmi”

“Stressarti? Ma se ci stavi cadendo anche tu nella tazza tra un po’”

“Ah ma sta zitto”

Sorrisi, dopotutto era così che Rick mi faceva sentire: protetta.

Era sempre molto attento a come mi sento o cosa provo.

E’ un uomo che la sera mi chiede come sia andata la giornata, mi ascolta e mi da consigli. Si prende cura di me, mi rispetta, e mi ha molto a cuore, a volte anche troppo, rischiando di essere appiccicoso o pesante, ma è un difetto che alla fine si sopporta bene.

Dopotutto non lo fa apposta, lui fa così solo perché è un uomo di grande cuore, ha molte insicurezze e paure, come se avesse ricevuto poco affetto, ma ne può dare tanto.

E’ una cosa difficile da spiegare, è più che altro una sensazione. Spesso Rick è burbero, non parla molto, e sembra sempre un po’ sulle sue. Mi da proprio la sensazione che voglia sempre fare qualcosa per qualcuno, come se farlo lo faccia sentire meglio, o altro. Ormai lo conosco come conosco me stessa, so tutto di lui, ma ho sempre la sensazione, come se mi mancasse un pezzo, come se mi mancasse conoscere un pezzo di lui… E’ strano da dire, ma come se ci fosse una parte di lui ancora da scoprire, una parte sepolta chissà dove dentro di lui.

Ma amo anche questo di lui.

“Stasera uscirò un po’ prima dal lavoro, pensavo di fare la pizza. Ti va?”


“Siiii, magari! Oggi poi mi aspetta una giornata abbastanza impegnativa in ufficio, quindi tornerò sicuramente stanca morta.”

“Ma parlane con Roberta, cioè, non penso che tu possa stancarti così tanto adesso.”


“Ma dai, sono solo di poche settimane, ora non fa differenza se mi stanco un po’, anzi… se faccio come solito del resto. Aaaah, ultimamente è uno stress infinito. Questo nuovo appalto non ci da pace”

“Appunto, non stressarti!”

Sorrideva, un sorriso premuroso, che fece sorridere anche me

“Ci proverò”

“Brava!”

“Tanto con questo sonno che mi ritrovo, non riuscirei a combinare molto, ed è solo colpa tua!”


“Colpa mia?”


“Certo! Chi è che mi ha tenuta sveglia fino a tardi?”


“Ma cosa centro io scusa? E poi sei tu che sei andata a dormire dopo di me, come se non me ne fossi accorto”

“Sì, ma è solo colpa tua”


“E come?”


“Chi è che voleva farlo?”


“Eh vabè, se adesso ti attacchi a queste cose!?”

Era sempre divertente prenderci in giro così, anche perché ieri notte è stato stupendo, anche più del solito.

Sì, siamo una coppia che fuori è molto riservata, anche un po’ casta per così dire, ma nel privato siamo parecchio espliciti, un po’ perversi addirittura, ma immagino che vada bene così, dopotutto è la nostra vita privata, cosa importa tutti gli altri?

Ameno la nostra vita di coppia non è mai monotona.

“Metto i piatti nel lavello e vado. Te quanto hai?”


“Non molto, finisco una cosa quì poi esco anche io”

Ancora non sapevo cosa mi avrebbe riservato quella giornata, e sicuramente è stato meglio così, perché a ripensarci ora, forse avrei soltanto buttato tutto all’aria.

Lei non è mai esistita prima – Capitolo III

Capitolo III

Finimmo di cenare, cioè, cenare, 10 minuti in tutto per quanto ero affamata.

“Hey mangia piano! Almeno mastica “

“Fto masficando…”

Fermi a fissarci come cretini, fermi come statue, io con la bocca piena, lui con la faccia seria. E scoppiammo di nuovo a ridere come cretini, tanto che mi partirono dei pezzetti di cibo che finirono in faccia a Rick

“Ma ti pare il modo? ahahahaha”

“Scerto che mi are ‘l moho”

Continuai con la bocca ancora piena

“Guarda tu che schifo, mi hai sputato tutto, ora ho i tuoi germi addosso!”

“Bla bla bla”

Era una cena come tante altre, molto tranquilla e disordinata. Non eravamo grandi cuochi, anche perché lavoravamo tutto il giorno, e la sera non avevamo la minima voglia di preparare la cena. Nemmeno i piatti facevamo, riempivamo giusto la lavastoviglie e lasciavamo lavorare lei, con noi svaccati sul divano o a letto, magari con un bicchiere di vino, delle patatine, o se faceva freddo, come oggi, plaid e tisana.

Mi ero completamente dimenticata della giornata, dell’ansia di prima, di quello che stava per succedere, o semplicemente facevo finta di nulla, come se nulla non fosse accaduto. Quasi a negarlo a me stessa.

Non avevo neanche troppo tempo per pensare a quello che stava succedendo: il film, un thriller intrecciatissimo mi aveva completamente presa, non andavo nemmeno a fare pipì.

Il film parlava di un gruppo di ragazzi, coinquilini, il cui vicino di casa era morto in circostanze strane, e nel suo appartamento, i ragazzi hanno trovato una macchina fotografica gigantesca, che scatta foto del futuro, per la precisione 12 ore nel futuro, quindi 2 foto al giorno. 

I ragazzi in pratica ne approfittano per fare cose, come risultati di scommesse, lavoro, e scoprire cose… Ma non faccio spoiler: il film è Time Lapse

Ora in effetti ciò di cui avevo bisogno era un semplice film, una tisana calda e forse semplicemente qualcosa per cui non pensare.

“Mamma Mia che film! Piaciuto?”

E quel coglione di mio marito che faceva? Dormiva.

“Hey, svegliati!”

“Hem… Che è successo?”

“Ti sei addormentato! Ma come hai fatto?”

“Avevo solo sonno!”

Mi fece sorridere, di solito sono sempre io quella che si addormenta guardando un film, ma era davvero coinvolgente, proprio il mio genere.

Andiamo al letto?”

“Si, vado in bagno e ti raggiungo”

Andai in camera, ed iniziai a cercare un pigiama pulito e sistemare i vestiti per il giorno dopo. Avevo l’abitudine di alzarmi sempre all’ultimo secondo, quindi avevo preso l’abitudine di preparare gli abiti per il giorno dopo prima di andare a dormire. Non sapevo cosa mettermi per il giorno dopo, odiamo indossare per più di 2 giorni di fila lo stesso tipo di vestiti, non gli stessi, ma lo stesso tipo. Mi piace variare spesso, dalle camicie, ai blazer, alle felpe. Dipende dal mio stato d’animo e a quanto potrebbe essere impegnativa la giornata. 

Stavo prendendo una felpa dal cassetto in basso, sento qualcuno afferrarmi da dietro per i fianchi e premere contro il sedere. 

“Non puoi metterti così ragazza mia, e sperare che non succeda nulla”

“Perché? Che intenzioni hai?”

“Non si sente?”

E’ così che di solito iniziamo a fare l’amore, giochini, giochini idioti, stuzzicarci più che altro, ma penso che lo facciano praticamente tutte le coppie, è sporco, e ci piace.

Quella sera non abbiamo però fatto l’amore, abbiamo davvero scopato, perché sì, per me fa differenza. Quella sera era puro sesso, era vigore, sensi e forza, non c’era amore. Lo sentivo spingere, respirare, ansimare, e godevo…

Penso sia stata una delle più belle scopate degli ultimi mesi, quella sera Rick era davvero in forma, magari il pisolino gli aveva fatto bene, eccome se gli aveva fatto bene.

Eravamo lì, a farci due coccole nel calore delle coperte, ad accarezzarci in silenzio, io con testa sul suo petto, mentre lui mi accarezzava i capelli ed io bhe, giocavo ancora col suo coso barzotto… E’ divertente.

Sul punto di addormentarci, non potevo fare altro che pensare a quanto stessi bene, senza pensare:

“Sono incinta!”

Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo II

Capitolo II

Ero pronto. Indossavo una tuta di dubbio gusto, anche un po’ vecchiotta in realtà, ed una maglietta con il logo della ditta in cui lavoravo. “Che pezzente”,  pensai.

Uscii dagli spogliatoi, dove già avevo trovato i primi problemi: il lucchetto elettronico mi aveva dato delle rogne, ed un’altra rottura di quella tessera è che dovevi portarla ovunque. Per fortuna ti davano anche un pratico laccetto.

Fuori dalla porta, un lungo corridoio, poi scale, poi ancora un ternello, ed infino ecco la sala. Fortuna le indicazioni, ma l’ho trovata.

La sala è immensa! Le macchine sono ben distribuite in tutta la sala, per categoria, per quanto possa capirne, ed in modo molto ordinato.

Quanta gente mamma mia, e sono quasi tutti in splendida forma. Mi guardo un po’ intorno.

Tapis Roulant, una fila, 5 macchine, 4 persone che corrono, una che cammina. A fianco un macchinario, che non so come si chiami, ma sicuramente non ho mai visto: ha due pedane per i piedi, e due leve per le mani. Il movimento della ragazza che lo sta usando ricorda vagamente uno sciatore di fondo. Dietro una linea di macchinari probabilmente per l’allenamento delle braccia: riconosco solo la panca. Dietro ancora, una linea di macchine per le gambe, riconosco la pressa ed il macchinario per lo squat, non ricordo il nome purtroppo. Affiancati, un poker di macchinari per… non so cosa. La mia ignoranza è sovrana.

Faccio qualche passo, un po’ sull’attenti, subito a sinistra una piccola scrivania con un monitor e dietro quel monitor un uomo, sulla trentina, fisico perfetto, capelli e barba curatissimi. Indosso una maglietta con il logo della palestra, immagino sia Gianluca, provo a parlargli.

“Salve!”

“Buon pomeriggio! Posso esserti utile?”

“Sei Gianluca? La ragazza all’ingresso mi ha detto di parlare con te”

“Si, sono Gianluca, piacere. Sei nuovo immagino”

“Si vede tanto?” Dissi con una risatina un po’ isterica e carica di nervosismo

“Ahahaha Tranquillo, non mordo. Avvicinati pure. Dimmi pure.”

“Sì, vorrei mettere su un po’ di muscoli”

“E’ la prima volta che entri in una palestra?”

“Praticamente si”

“Capisco, allora vieni con me. Oggi è il tuo primo giorno, è bene che tu conosca dove ti trovi”

Il ragazzo si alzò dalla sua sedia, ed in piedi sembrava ancora più grosso di prima. La maglietta praticamente gli faceva da seconda pelle: era così aderente che si potevano ricalcare tutte le linee del suo corpo, facile come ricalcare un disegno su un foglio, semplicemente appoggiandolo ad una finestra.

“Allora, oggi vediamo un pò di conoscere i vari attrezzi. Iniziamo dai nomi e a cosa servono. Questa che hai di fronte è la Lat-Machine, serve per l’allenamento dei dorsali, quindi della schiena, delle spalle e delle braccia. E’ un po’ come fare le trazioni alla sbarra, ma quì la cosa è facilitata visto che si può scegliere il peso da staccare, o viceversa, puoi aumentare il peso anche sopra al tuo. Il Pulley, sempre per l’allenamento della schiena, ma con un movimento simile al rematore, o vogatore che dir si voglia. Questo attrezzo può essere usato in varie combinazioni anche per le braccia, ma ti spiegherò facendo. Questa invece è la panca, per l’allenamento dei pettorali. C’è sia piana che inclinata, le diverse inclinazioni servono a stimolare gruppi muscolari diversi. E’ anche utile per alcuni esercizi mirati con i manubri, come spalle, deltoidi e trapezi, ma ti spiegherò dopo. Quì gambe: Leg Press, Leg Extension, Pressa, Multipower”

“Ecco come si chiamava quel coso!”

Esclamai senza pensarci. 

Gianluca mi guardava ridendo, risi anche io.

“Continuiamo”

Ancora rideva mentre lo diceva

“Qui invece ci sono i manubri, per i vari esercizi a corpo libero di braccia e gambe. Domande?”

“Per ora no”

“Bene, allora iniziamo a provare gli attrezzi che ti ho descritto”

Due ore, ho passato due ore dietro quei macchinari, sotto quei pesi, che poi nemmeno pesavano così tanto, ma non ci ero minimamente abituato.

La cosa più dura è stata la metodica: Gianluca mi faceva provare gli esercizi, per farmi capire a cosa andassi incontro, un po’ una sorta di test rapido per far passare la voglia ai poco motivati. Mi impostava il corpo in ogni esercizio, e la schiena così, le braccia a questa inclinazione, la pancia contratta, l’inclinazione così e via dicendo.

Mi sentivo rigido, non era un semplice “sollevare un peso”, era più una sorta di rito, si, lo definirei così, un rito. 

Ogni movimento era pienamente finalizzato a far lavorare al massimo il muscolo interessato, preservandone il benessere e cosa che non mi sarei mai aspettato, la concentrazione.

La cosa più complessa non era sollevare il peso, mantenere la posizione, era il concentrarsi nel farlo, mantenere il focus, per tutto l’esercizio, per tutto il tempo. 

Avevo sperimentato tutti gli attrezzi che mi aveva descritto Gianluca, e sotto la sua supervisione e le parole più dette sono state “Mantieni la posizione, su così, concentrati, vai piano”.

“Per ogni esercizio ricorda che dovrai fare questo: concentrarti, respirare, e ripetere”

Questo è il succo di quelle due ore.

“Per oggi è tutto, divertito?”

“Sì! E’ stato bello”

“Ne sono Felice. Bene, ora ti preparo una scheda basandomi sugli esercizi che ti ho fatto provare oggi, poi lunedì ritorni. Saranno esercizi base, è comunque la tua prima volta, quindi meglio non esagerare subito.”

“In realtà vorrei lavorare subito a pieno regime”

“Dammi retta. Un mese, poi il prossimo passiamo al piano pro ok?”

“Ok!”

A casa, iniziai ad accusare la stanchezza, dopo cena, mi scese davvero la tensione, e mi faceva male tutto, dalla testa ai piedi, dall’ultimo capello in testa, al margine del piede. Tutto.

Mi buttai a letto, davvero troppo dolorante, ed oggi non mi ero nemmeno allenato, avevo solo fatto una prova.

Ma come ci pensi?

Proverò questo mese, ma poi non ci tornerò più

Dissi sottovoce, e mi addormentai.

Lei non è mai esistita prima – Capitolo II

Capitolo II

Un po’ iniziai a sudare freddo, un po’ mi mancava il respiro.

Accesi la stufa, mi misi a sedere a terra, sotto il lavandino, come per rilassarmi e lasciarmi un po’ andare, come cadere. All’improvviso avevo le gambe che non mi reggevano, nausea, vista offuscata, la testa girava.

Un attacco di panico!

Ma ora, perché?

Ero spaventata, tutta la felicità e l’eccitazione erano sparite in un secondo e lasciato spazio all’ansia più totale ed incontrollata. 

Solo una domanda, una semplice domanda, mi aveva acceso la mente, a tutti i problemi che magari sarebbero potuti venir fuori con un figlio salirono.

Avevo paura e tanta. 

Di là Rick stava preparando la cena, a minuti sarebbe stata pronta, lo sentivo dall’odore di pane tostato che arrivava dalla cucina.

Un attimo, fu un attimo ma presi lucidità, mi alzai, mi guardai allo specchio: pallida come un morto.

Presi una bella boccata d’acqua, mi sciacquai la faccia e feci parecchi respiri profondi, da prima veloci, poi sempre più lenti e pesanti.

Mi stavo calmando.

Aspettai ancora qualche secondo, forse minuti, cercando il momento giusto in cui in faccia, non si leggeva più “stavo per svenire”. Riprendere un po’ di colore praticamente.

Ok, andiamo!

Mi feci coraggio ed aprii la porta, scesi le scale, molto lentamente, ed arrivai in cucina.

“Dov’eri finita? Ci hai messo un’eternità!”

“Si scusa, ero in bagno”

“Che hai? Sembri pallida…”

“No nulla. E’ pronto?”

“Sì, prendo il vino. Potresti tirare fuori i crostini dal forno?”

Che buon profumo che avevano! Ero davvero affamata ora che l’angoscia mi stava lasciando finalmente in pace.

Non era durato molto, ma il panico mi aveva stancata tantissimo, e stavo accusando la botta.

“Avete chiuso quel progetto Rick?”

“Dici quello che mi ha tenuto impegnato per 2 settimane trascurando anche la mia igiene? Posso dire SI! Finalmente abbiamo consegnato. Ora bisogna solo aspettare la revisione e sperare che non ci sia nulla da rivedere.”

“Bene allora, sono contenta!

“Non mi sembra…” 

“Ho solo tanto sonno, sono stanchissima”

“Com’è andata oggi a te invece?”

“Mah, solita routine: Ilaria che si lamenta dei figli che  fanno casino e le rendono la vita impossibile, Laura che invece le dice <ah, i miei invece non danno mai problemi>. Poi Sabrina che come solito insulta entrambe perché hanno figli, sono vecchie, mentre lei può andare tutte le sere a, parole sue, <troieggiare in giro>.

Scoppiammo entrambi a ridere.

“Penso che sia dura avere un figlio.”

“Dici?”

“Si, prendi Pongo, bisogna portarlo fuori tutti i giorni, dargli da mangiare…”

“In pratica stai paragonando un figlio al cane?”

“No ahahahaha. Sto dicendo che già prendere un cane porta dei sacrifici, impegni. Pensa un bambino.”

“Già, un bel problema.”

“Perché un problema?”

“Bhè, no problema, più che altro un bell’impegno. Sai come si dice no? Un figlio ti cambia la vita, non puoi più fare un mucchio di cose.”

“Già. A sentire Ilaria non esci più, quelle poche volte devi sempre portare il bimbo dietro, con pannolini, e cose varie… Però dice anche che sia la gioia più grande della vita. Ormai il suo ha 3 anni, penso ne saprà qualcosa.”

“Ma dice anche che non le dà pace no?”

“Si, ma dice che poi passa tutto in secondo piano.”

“Sarà…”

Lei non è mai esistita prima – Capitolo I

Capitolo I

“Eh sì, direi che sei decisamente in dolce attesa!”

“… Come?”

Sono incredula, era un po’ che ci provavamo, ma non pensavo che questo giorno sarebbe arrivato, e non così.

Questa era una visita di routine dal ginecologo, che poi ero in ritardo col ciclo da una settimana e mezza okay, ma chi ci pensava?

“Eh sì mia cara, sei incinta, poche settimane in verità, ma lo sei.”

E qui mi sono sciolta, ho realizzato ed ero super felice.

“Sei felice eh? Te lo si legge in faccia”

“Non immagini quanto, non vedo l’ora di tornare a casa e festeggiare con mio marito”

“Ahahahaha, fai bene. Puoi rivestirti.”

Ancora ero un po’ incredula, e mentre pagavo e mi veniva fatta la ricevuta, pensavo solamente a come sarebbe cambiata la mia vita d’ora in avanti.

Ero un misto, tra eccitazione e paura, sì, provavo anche quella, la paura, dopotutto un figlio ti cambia la vita, tutti lo dicono, ed ora, forse per la prima volta, me ne sto rendendo conto davvero.

Nel tragitto verso casa, non facevo altro che pensare a cosa sarebbe servito, per prendersi cura del bambino intendo: culla, giocattoli, vestiti, ecc.

Il ginecologo mi ha anche consigliato di servirmi di una struttura specializzata, in modo da prevenire eventuali complicazioni durante e post gravidanza, ed al contempo, avere tutto il necessario per avere una gravidanza “tranquilla”.

Ci penserò su, ora come ora, l’unica cosa che veramente mi preoccupa, e mi eccita allo stesso tempo, è la reazione di Rick.

Avevo ancora circa 30 minuti prima di tornare a casa, 30 minuti nel traffico. Non vivo in una metropoli, anzi, qui siamo tutti paesini che vanno dai mille ai seimila abitanti, ma sembra di stare A Roma per le macchine che circolano.

Accelera, frena, gente che entra da destra, da sinistra, è stressante. Così tutti i giorni, vado a lavoro, tutto il giorno al pc, fatture, rendiconti, stipendi da pagare, documenti su documenti di gente che nemmeno li sa scrivere, eppure non è così difficile compilare un foglio con quattro dati in croce, ma perché deve essere tutto complicato.

Poi le colleghe che non riescono nemmeno a condividere un file sul server, e continuano a stampare, buttare, sprecare. Perdere tempo a scrivere con un solo dito sulla tastiera, quando sono 20 anni che lavorano lì. Non lo so, ma sono piccole situazioni che mi stressano.

“Andiamo a casa”

E’ strano tornare a casa, ed invece del solito “com’è andata oggi tesoro?” cercare le parole per dare una notizia del genere.

Spengo l’auto, giro lo sguardo verso le luci accese di casa: Rick è già tornato.

Sono solo 3 mesi che siamo sposati, e solo uno e mezzo che che viviamo nel nuovo appartamento, insieme. Gli scatoloni non sono ancora del tutto sistemati, non abbiamo molto tempo visto che lavoriamo entrambi tutto il giorno, poi bhé, il fine settimana ci piace farci un giro, quindi restano lì.

“Madonna che freddo!”

Esclamai scendendo dall’auto. Ed era veramente freddo, magari quella notte avrebbe anche nevicato, e sarebbe stato davvero bello: la neve, io e Rick con un bicchiere di vino in mano, davanti alla TV, sotto le coperte, abbracciati, appagati dalla notizia che presto avremo un figlio.

“Tesoro, sono a casa!”

“Bentornata! Sono in cucina!”

Se magari ve lo state chiedendo, sì, Rick cucina!

“Mamma che freddo! Cosa stai preparando?”

Dandogli un bacio

“Nulla di che: semplici crostini al prosciutto”

“Ho tanta fame!”

“Pochi minuti e sono pronti. Com’è andata la visita?”

Eccola la domanda. 

“Bene, tutto normale”

Mentii. In realtà mi prese qualcosa, un blocco. Magari non ero ancora pronta a dare la notizia così di slancio.

“Vado un secondo in bagno!”

Andai di corsa a dir la verità, come quando ti scappa e non riesci più a trattenerla.

In realtà non dovevo fare nulla, ma ero stata presa come da un senso di angoscia, misto ad euforia.

Perché?

Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo I

Capitolo I

Eccomi qui, un’altra mattina mentre scendo dal letto, faccio colazione svogliatamente, non ho neanche voglia di inzuppare il biscotto nel caffè-latte.

“Hey ti muovi? O vuoi fare tardi anche stamattina?”

“Sì, sì, arrivo!”

Mio padre, che come ogni mattina mi mette ansia perché deve “aprire perché il capo arriva sempre prima di tutti”… Che stress…

Butto giù in un unico sorso la tazza di latte, corro in bagno, vestiti, ed in 3 minuti sono già pronto. Mi sono serviti 2 schiaffi ben assestati che mi sono dato da solo per svegliarmi a dovere, ma è solo prassi, un semplice rito un po’ masochista che ripeto ogni mattina per svegliarmi.

La nostra, bhè, quella di mio padre, io ci lavoro soltanto, non è una grande azienda, ma facciamo del nostro meglio: produciamo accessori metallici, e cerchiamo di puntare sulla qualità che sulla quantità, cosa non sempre facile. Il giorno sono spesso vicino all’alto forno, fa caldo, e l’odore di ferro incandescente è sempre lì, che ti stupra il naso, i polmoni, posso quasi sentirli bruciare quando apro lo sportello per tirare fuori il pezzo arroventato.

Finalmente a casa, la sera come ogni sera sono parecchio stanco e l’unica cosa che voglio è una doccia e divano, e come ogni sera, mi tolgo la maglietta e lo specchio mi dice cose che non voglio sentire.

Non sono un granché, non ho un filo di muscolo, solo un ragazzo un po’ rachitico con un accenno di pancetta da alcolizzato, lo sono sempre stato, ma stasera, boh, non mi vedo proprio bene. 

“Sai che faccio? Domani mi iscrivo in palestra!”

Forse era meglio dormirci su qualche giorno in più.

Sono qui, davanti la porta della palestra, pronto ad entrare, ma onestamente già vedo dalle vetrate d’ingresso tutte queste persone, che corrono, staccano pesi, fanno versi strani, tutti tirati in canotte e pantaloncini di dubbio gusto… Mah, non lo so. Intanto entriamo ed iscriviamoci, poi vediamo.

Presi coraggio, feci il primo passo oltre le porte scorrevoli in vetro trasparente, così trasparente, che se non ci fossero le grafiche sopra, probabilmente sarebbe davvero facile e molto usuale sbatterci la faccia.

L’ingresso è immenso. Ho capito che questa è la struttura più grande della zona, ma non pensavo che per allenarsi, si avesse bisogno di tanto spazio e lusso.

Ero abituato all’università, ok ci sono stato solo un anno, ma sono comunque stato spesso in una palestra, ad accompagnare la mia ex ragazza. Era un buco, sembrava più uno scantinato abusivo di qualche losco individuo che distillava liquori di contrabbando per venderli ad improbabili acquirenti in cerca di sapori “più forti”.

Quì invece è totalmente diverso: spazioso, luminoso, tutto bianco ed asettico. Anche troppo bianco ed asettico a dire il vero, ma dava una piacevole sensazione di pulito, come quando si è dal dentista, in sala di aspetto, e senti quel pungente odore di disinfettante misto a freddo poco prima di una nevicata.

Oltre ai poster, che abbellivano l’ingresso con figure di uomini e donne in posa, dai lineamenti perfetti e fisici scultorei, c’erano i tornelli per l’ingresso. I tornelli poi, perché i tornelli? Che siamo in metro?

Vabè, poco importa, e la reception, con una splendida ragazza dai capelli castani pronta ad accogliere i vari clienti.

Stava parlando con un uomo palestrato, lui stava palesemente flirtando, ma la ragazza non era molto per il “dargli corda”. Come biasimarla: immagino quanti ci provino. Dopotutto ce le mettono apposta così carine: attirare clienti.

Aspetto pazientemente che quel tipo pelato, con una canotta così sottile da coprire appena i capezzoli finisse il suo monologo su quanto sia “doloroso il farsi la ceretta alle gambe”, per farmi avanti.

“Buonasera! Benvenuto!”

“Buonasera!”

Risposi con aria timida”

“Mi dica pure?”

“Vorrei iscrivermi in palestra”

“Prima volta?”

“Si”

“Bene, conosce già i corsi che abbiamo, oppure ha già le idee chiare su cosa vuole fare?”

“Oddio, in verità pensavo semplicemente di fare pesi. Senno che corsi ci sono?”

“Abbiamo Crossfit, Hit, Spinning, Funzionale, Zumba. Senno corsi in piscina”

“Nono, vada per i pesi, poi magari vedo.”

“Perfetto. Allora, ecco i fogli che deve compilare e firmare, poi avrei bisogno della sua carta d’identità e codice fiscale. Ha intenzione di iniziare oggi?”

“Si”

“Bene, allora le preparo la chiave elettronica per accedere agli armadietti, le docce ed i macchinari. In pratica tutto. All’interno verrà anche caricata la sua scheda di allenamento, che poi potrà anche seguire dall’app che può scaricare da app store o play store.”

“Si, ho capito.”

“Altre domande?”

“Si, una: costo abbonamento mensile?”

“60€, ma visto che la prima volta ci sono anche 30€ di assicurazione.”

“Ok. E’ possibile pagare con carta?”

“Certamente”

Erano un bel po’ di soldi, a pensarci bene. Ricordo che la mia ex pagava 30? 40€ al mese. Ma comunque non così tanto. Vabè, si pagherà la struttura, o magari i personal sono fenomenali. Chi lo sa!? 

Attesi lì qualche minuto, il tempo di consegnare i documenti, farmi una foto tessera, ritirare la carta ed ero pronto a cominciare.

Bene, ecco a lei, può andare. In sala troverà Gianluca, uno dei nostri personal, parli con lui. Le ricordo che il suo abbonamento le permette di venire tutti i giorni, per il tempo che vuole, senza limiti, nell’ambito della sala pesi e corpo libero. E ancora, benvenuto!

Quel “benvenuto” lo disse con un sorriso tale, che mi sciolsi letteralmente. Era davvero carina e quella divisa le risaltava le forme.

Stavo avendo un’erezione, meglio sbrigarsi, e non pensiamoci più.