Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo IV

Capitolo IV

Mangiai solo qualcosa di fugace, poca roba in effetti, ma dopotutto non avevo molta fame, anche visto l’aperitivo fatto poco prima.

Ultimamente non mangio molto, non perché non mi va o non ho fame, semplicemente perché ho orari un po’ irregolari, quindi cerco di riparare mangiando meno, anche se non so se sia efficace come sistema: mi sento sempre stanco.

Onestamente, penso anche sia ora di regolarsi un po’: dopotutto sono già tre mesi che mi alleno regolarmente, quindi magari è anche ora di iniziare a darsi una sistemata anche dal punto di vista alimentare. Onestamente non ne vedo il bisogno, ma Gianluca dice che è meglio seguire anche una dieta per ottenere risultati seri.

Mi farò dare dei consigli da lui.

E’ una settimana che mi sento un pelo sottotono, anche la mattina, dove faccio davvero fatica ad alzarmi, o a lavoro, dove spesso sono deconcentrato e comunque sempre stanco, con occhi pesanti, mal di testa, etc.

Devo assolutamente dare qualcosa in merito.

Però, devo anche dire che in solo tre mesi sono migliorato parecchio.

Lo dicevo anche in precedenza: il mio corpo sta cambiando.

Andiamo a ballare stasera, quindi pantaloni stretti e camicia. Mi stanno appena. Tre mesi fa, erano della mia taglia.

Bene, significa che tutti gli sforzi che sto facendo, stanno iniziando a ripagare.

Erano circa le 23.00, quando ci incontrammo tutti all’ISLAND. Ovviamente il primo ad arrivare fui io: il concetto di puntualità per me era un mantra, penso neanche volendo sarei riuscito ad arrivare in ritardo.

Dopo circa un quarto d’ora ecco Kim.

Il locale, l’ISLAND, era un bel bar, con due sale, la prima con gli ingressi ed il bancone, dietro un’altra sala molto più grande con tavoli, un biliardo ed un calcio balilla.

Io aspettavo sul bancone, sorseggiando lentamente un amaro dal sapore molto pungente di erbe aromatiche, versato in un piccolo bicchiere esagonale con due cubetti di ghiaccio, che con l’attesa erano diventati acqua, diluendo il liquore, facendo così allungare semplicemente il tempo per finirlo.

Tutto, solo per passare il tempo in attesa degli altri.

Portavo il bicchiere dalla bocca al bancone, nell’esimo sorso timido quando Kim entrò dalla porta proprio di fronte a me. Come sempre era bellissima, anche chiusa in quel cappotto nero troppo pesante per la stagione in cui eravamo, un filo di trucco a risaltarle gli occhi nocciola ed il colorito chiaro della sua pelle. Aveva i capelli sciolti in una chioma rosso fuoco che le cadeva sulle spalle, in spettinati ricci che avevano solo l’effetto di essere spettinati, ma si vedeva che erano estremamente curati e ponderati nella scelta di assumere quel determinato stile.

Mi vide e mi sorrise, salutando distrattamente tutti i presenti con un “Buonasera” generale tipico di entra in un locale pieno di gente.

Puntò dritta verso di me, si fermò solo a tenere la porta per far uscire una signora con un passeggino fin troppo ingombrante per ospitare un solo bambino, ma si sa, le mamme spesso esagerano in queste cose.

“Oi! Ma guardati come sei in tiro!”


“Io? Ma porto solo una camicia, nulla di che.”


“Sì ma ti sta bene”



Disse passandomi una mano sulla spalla, come ad accarezzare le pieghe dell’abito e controllare quanto spazio fosse occupato dal vuoto.

“Se lo dici tu”


“Siii, ultimamente sei in forma”

“Grazie”

Dissi timidamente, sforzandomi di nascondere l’imbarazzo.

“Che ti prendi?”


“Tu che hai preso?”


“Un Unicum con ghiaccio”


“Fa sentire…”

Fece portando il naso sopra al bicchiere

“Madonna! Coff Coff… Ma che cavolo è? Benzina?”


“Ahahahaha ma no, è buono, forte, ma buono!”


“Se lo dici tu…”

Alla fine non prese nulla, tranne un cioccolatino al cioccolato bianco dal mucchio lì di fianco.

“Tu dici dell’Unicum, ma come fai a mangiare il cioccolato bianco? È dolcissimo!”

“Ma che dici? È buonissimo, non capisci niente!”

“Contenta tu ahahahah”

“Certo”

E mi sorrise…

Sentii aprire la porta, ed ecco che entravano Laura ed Andrea insieme a Jessica ed Alessandro, che con un gran chiasso stavano discutendo di non so cosa, ma era normale: trovavamo sempre il modo di azzuffarci, ma per scherzare, ci piace il sarcasmo.

“Oh eccoli, vedi che stavano dentro!”

Sbottò Jessica, come a dire che stavano discutendo su dove fossimo io e Kim.

“Già… E noi che pensavamo stessero chissà dove”

Questo era quello stronzo di Andrea, che lanciava frecciatine, come se per me fosse facile reggere l’imbarazzo. Odiavo diventare rosso in faccia con tanta facilità, ma che potevo farci? Non potevo controllarlo.

“Dai Ed, finisci quel coso e andiamo!”


“Ok un attimo, sono io quello è stato io 15 minuti ad aspettarvi”

“Dai che è tutt’acqua, butta giù e andiamo che senno troviamo una coda che non finisce più.”

“Si dai”

Dissi buttando giù d’un fiato quello rimasto nel bicchiere

“Chi guida?” 

Esordì Laura dal nulla

“Una la prendo io, stasera non bevo che domani pomeriggio ho la partita”

Disse Alessandro

“Top, l’altra la prendo io”

Questo invece ero io.

Normalmente non bevo quando vado a far serata, al massimo la consumazione che ti danno col ticket all’ingresso, di conseguenza prendo spesso la macchina.

Ci dividemmo io, Kim, Laura ed Andrea in una macchina, Alessandro e Jessica nell’altra: Alessandro non voleva fare troppo tardi, così andò da solo con la sua ragazza.

Noi quattro, potevamo fare l’ora che preferivamo.

Saliti in macchina, destinazione CROWN.

Continua…

Non arrenderti un’ora prima del miracolo – Capitolo III

Capitolo III

Cavolo, cosa dovevo fare oggi? 

Aia, le gambe!!!

Ieri era mercoledì, il mercoledì è una delle giornate più dure della settimana. No in verità, cioè, non è esatto, è solo la più faticosa. Allenare le gambe significa che il giorno dopo non puoi fare le scale. L’equazione è semplice.

Come ogni mattina, solita sveglia con i due schiaffoni autoinflitti, acqua fredda in faccia e si parte per il lavoro. Ho da finire un po’ di cose arretrate a lavoro, ma oggi posso prendermela comoda, e finire con calma, stasera riposo!

Finalmente a casa, non vedo l’ora di buttarmi sotto la doccia e levarmi la stanchezza di dosso.

Ora mi tolgo la maglietta, e lo specchio non è più così terribile: in 9 mesi i miei lineamenti, le mie forme chiamiamole, sono decisamente cambiate.

Chi avrebbe mai detto che quel ragazzo che solo 3 trimestri fa, davanti a quella reception aveva una paura matta di quelle sale e di quegli attrezzi, sarebbe diventato un malato di sport da non saltare neanche un giorno, bhè, almeno mi piacerebbe.

Ora mi guardo, e finalmente inizio a piacermi.

Oltre questo, sento proprio come se il mio corpo fosse rinato.

I primi giorni, anzi, il primo giorno e peggio il giorno dopo ancora, avevo dolori in zone che onestamente non sapevo di avere. Tutto è sveglio, come se il mio corpo fosse sempre rimasto addormentato, e all’improvviso destato. Dopo ogni allenamento, ogni semplice sessione, mi “sento”… Ed è stupendo.

Anche quando non faccio nulla, come ad esempio lo stare al PC, vedere un film, “mi sento”.

Non è una cosa facile da spiegare, ma l’unica parola che mi viene in mente è proprio questa: sentire.

Era sabato, e come quasi tutti i sabati pomeriggio, ero al bar del paese per un aperitivo con alcuni amici. Erano già i primi giorni d’autunno, e l’aria iniziava a farsi più fredda, e le giornate più corte. I tramonti iniziavano ad avere quel colore rosso acceso, tipico delle prime giornate di ottobre, dove le nubi dense ma rade, regalavano quei giochi di luce ed ombra, perfetti per una foto su instagram, ma che a me piaceva soltanto guardare di persona.

Non sono la persona che si perde nel fotografare e comunque immortalare qualcosa di bello appena lo vede, io sono più la persona che guarda e basta, per poi magari pentirsi di non aver fatto una bella foto da tenere come ricordo. Poco male.

Quel sabato ci siamo ritrovati in cinque: io, Jessica, Andrea, Kim e Laura.

Eravamo molto amici, non ricordo neanche da quanto tempo in realtà, e passavamo gran parte del nostro tempo libero insieme.

Unico problema avevo una cotta per Kim, ormai da parecchio tempo, ma non avevo mai avuto il coraggio di dirglielo, anche perché lei non aveva mai mostrato interesse romantico verso di me, cosa che appunto, mi aveva sempre frenato. 

L’unico del gruppo che sapeva di questa cosa era Andrea, e penso che anche Jessica avesse intuito qualcosa, mentre Laura, beh… Svampita com’è, era sempre l’ultima ad accorgersi delle cose, anche delle più ovvie.

Ricordo ancora quando Andrea ci provava con lei…

Eravamo ragazzini, ma si vedeva lontano chilometri che Andrea era completamente cotto di Laura. Tutti se ne erano accorti, tranne appunto, lei.

Ci mise un po’ Andrea a dichiararsi, e Laura con tutta risposta fece “Ma davvero? Io?” Proprio per farvi capire che non ci aveva capito nulla. 

E da allora beh, sono passati cinque anni, e stanno ancora insieme.

Quel giorno mancava solo Alessandro, ragazzo di Jessica, che stava disputando una partita di calcio. Perché Jessica, o anche noi, non siamo andati a vederlo? Semplice: non ce ne frega una ceppa del calcio, compresa Jessica, che nonostante sia il suo ragazzo, non va a vedere neanche una partita, perché per lei “Il calcio è solo un’inutile sport dove 22 cretini corrono dietro ad un pallone”.

Anche a me non piace, ma non la butto giù così pesante.

Gli unici 2 stronzi ancora single in quel gruppo eravamo quindi io e Kim.

Il bello era che Jessica ed Andrea, ci giocavano su questa cosa, lanciando spesso frecciatine o comunque cercando di creare situazioni per noi. Io quando succedeva mi imbarazzavo, diventavo rosso ed incapace anche solo di reagire. Kim invece, sembrava essere impassibile, cosa che mi faceva pensare sempre più che a lei proprio non interessavo.

Non sapevo se lei sospettasse qualcosa, o se Andrea e Jessica sapessero qualcosa dall’altra parte, riguardo Kim nei miei confronti intendo, ed onestamente non volevo saperlo. Tanto non ci sarebbe mai stato niente, era questo quello che mi ripetevo quando magari vedevo qualcuno flirtare con lei e mi scattava la gelosia.

Poco importa, in questi momenti, come questo sabato pomeriggio dove noi eravamo tutti insieme a divertirci, non ci pensavo, e mi godevo semplicemente il tempo in compagnia delle persone a cui voglio più bene ed a cui sono legato.

“Oh ragà, che facciamo stasera?”

Esordì Andrea

“Boh, c’è qualche locale che fa qualcosa? Musica live, cose così?”

“Forse allo 00 fanno qualcosa… Aspettate che controllo su Facebook”

E mentre gli altri decidevano il da farsi per la serata, a me interessava di più godermi la brezza del vento che mi scompigliava i capelli e faceva volare via i tovaglioli dal tavolo.

“Maledetto vento! Ma perché non abbiamo preso un tavolo dentro?”


“Finché ci ostiniamo a dar retta ad Ed, che vuole stare fuori perché <mi piace il vento>, ecco il risultato”

“Dai, ma è bello star fuori!”


“Ma zitto, che inizia pure a fare freddo”


“Ma non è vero, siete voi ad essere atermiche”

Jessica e Laura, che si lamentavano del perché stavamo fuori.

Andrea era troppo preso a controllare il telefono cercando di capire quali locali considerare per la serata, e Kim, anche lei al telefono a messaggiare con solo lei sa chi.

“Quindi Andrè? Trovato qualcosa?

“Nulla di che, però c’è una serata al CROWN e non sembra male”.

“Che roba è?”


Se ne uscì Kim, alzando finalmente gli occhi dal display del cellulare

“Non sembra male, alla fine, male che va facciamo serata”

“Dai, andiamo li, va bene a tutti?”

Annuimmo…

Decidemmo così di fare cena ognuno a casa propria e di vederci dopo sempre all’ISLAND il nostro bar solito.

Come tutti gli altri, come nessun altro – Capitolo IV

Capitolo IV

Rimasi li, da sola come una cretina, in mezzo ad una marea di gente che non sapevo nemmeno chi fosse.

Celine e Mik? Spariti “dove starà il bar?”

Mi guardai un po’ intorno, nella speranza di vedere qualcosa che somigliasse minimamente ad un bancone, niente. Fermai la prima persona che mi arrivò a tiro e che aveva un bicchiere in mano

“Scusami, il bar?”

“Lì, dietro a quel muretto con la siepe e le palme”

“Grazie!”

Mi voltai di scatto, e quasi che correvo verso quel muretto, e all’angolo Sbamm!

“Oh Glò ma che cavolo fai?”


“Oddio scusa, non ti avevo vista!”


“Ma ti sembra il modo di andare in giro?”


“Dov’è Danilo?”

Celine che si guardava intorno

“Sono arrivati alcuni suoi amici e se lo sono portato via… Con la forza direi”

“Ma dai! Che stronzi! Vi siete almeno parlati?”

“Si, più o meno… Beh, ci siamo detti giusto 2 parole in croce”

“Vabè, tieni, questo è per te!”

Celine di allungò un bicchiere con dentro un qualche liquido rosso

“Cos’è?” Chiesi

“Negrosky! Zitta e bevi!”

Aveva il sapore della benzina, mista a non so quale sapore amaro che mi strappò un’espressione parecchio contrariata sulla faccia, così evidente che quei due stronzi di Celine e Mik si misero a ridere sotto i baffi

“Cazzo è? Benzina?”

“Dai che è buono, tu continua a bere, vedrai che migliora”

E così feci, buttai giù un altro sorso di quella brodaglia rosso scuro, ma non è che migliorava poi tanto, ma ormai avevo la bocca mezza anestetizzata, quindi non gli diedi poi molto peso.

Dai, andiamo a ballare”

Celine mi teneva la mano, e mi trascinava verso quella che doveva essere una console mezza improvvisata su di un soppalco. Ma era ben organizzata: luci tutto intorno, separè e palchetto rialzato, sotto un quadrato circoscritto da aiuole, proprio davanti la piscina.

Ero molto impacciata, timida, non mi muovevo quasi per niente, ancora non ero entrata nel mood della festa, come sempre del resto, all’inizio ci vuole sempre un po’ di rodaggio, anche perché ancora la musica non era niente di che, e la pista quasi vuota.

Il tempo passò in fretta, primo cocktail finito

“Ma allora ti è piaciuto”

“Cosa?”

“Ti è piaciuto dico! Te lo sei finito in un fiato”

“Alla fine avevi ragione, non era male per niente”

“Dai, finisco questo e ne andiamo a prendere un altro, tanto guida Mik”

“Ovvio, fortuna io che faccio da autista”

Era bello per una sera non pensare, lasciarsi un po’ andare, come trasportate dal vento.

Anche il secondo cocktail andò giù parecchio velocemente, e con esso il mio corpo si scioglieva, e la mente, beh, iniziava a pesare meno dell’aria stessa.

Oramai io e Celine eravamo alla  terza bevuta, ed era una vita che non bevevo davvero ad una serata, o che andavo ad una serata, e quel Negrosky era forte davvero… Non ero ubriaca, ma poco ci mancava.

La gente iniziava ad arrivare in pista, la musica si alzava, la piscina iniziava ad affollarsi, poco importava, già avevo fatto il bagno, 2 minuti, ma mi ero tuffata.

“Era ora che ti facessi vivo!”

Celine che urlava, verso di noi arrivava Danilo con un gruppo di suoi amici, lo stesso che lo avevano portato via.

Non gli prestai molta attenzione, ero presa dalla musica, adoro Dymatik, ed onestamente non pensavo qualcuno lo conoscesse, ma chi metteva la musica, era davvero bravo, devo dirlo. La musica era il top, potente e coinvolgente, e non avevo voglia di distrarmi pensando a chi avevo intorno.

Il gruppo di Danilo si unì a noi, erano 3 ragazzi compreso lui a dir la verità, quindi nemmeno definibile gruppo, ma vabè…

“Lei è Gloria! Glò, oh, ci sei?”

“Piacere”

Ci presentammo tutti, ma come vennero pronunciati, quei nomi vennero già dimenticati

“Celine, balliamo, amo questa canzone”

“Ma sei ubriaca?”


“No… beh si… non lo so”

“Non reggi un cazzo ahahhahaha”

Ed era vero, non reggevo un cazzo. Non che fossi ubriaca davvero, un po’ brilla ok, ma non ubriaca, avevo solo voglia di non pensare.

La serata andava avanti. ero felice.

“Hey, vado al bar, vuoi qualcosa? Mi accompagni?”

“Ma si…”

Era Danilo, un po’ avanti anche lui, si vedeva, ma lo accompagnai, anche se non lo conoscevo.

“Che prendi?”

“Boh, tu che prendi?”

“Mmm, Gin Tonic.”


“Allora anche io”

“Frà, facci 2 Gin Tonic”

“Oh, bella Danì, era ora passassi a salutarmi”

“Ma se siamo stati insieme tutto il pomeriggio!”


“Eh vabè, era per dire… Non ti sei visto tutta la sera”

“Sono stato in giro”

Il barista, un certo Francesco da quel che avevo capito, lanciò un’occhiata maliziosa nella mia direzione.

Danilo fece solo un segno come a dire ma smettila, nulla di più. 

I due continuarono a parlare, ma io ero incantata, o meglio dire avevo solo lo sguardo fisso, su Francesco che preparava i cocktail. Era veloce, e tutti i movimenti che faceva sembravano precisi e puntuali: direi che nella vita privata, fa il barman di professione.

“Ecco quì, 2 Gin Tonic, con poco tonic e molto Gin… Solo perché sei tu”

Allungò i bicchieri oltre il bancone facendo un occhiolino

“Grazie! Tieni, questo è tuo”

Disse allungandomi un bicchiere. Tornammo in pista, senza dire una parola l’uno all’altro. 

Ero un po’ stordita a dir la verità… Erano solo le 2, ma io ero stanca, in realtà un mix tra stanchezza, eccitazione, e qualcos’altro che non so descrivere.

“Ce ne avete messo di tempo”

Disse Celine

“E falli fare, neanche fossi la madre”

Questo era Mik, in risposta. In verità era un ragazzo molto protettivo, ma ci conosceva entrambi, così pensò bene di dire la sua.

“Gne gne gne”

La replica di Celine

“Oh cazzo, era una vita che non sentivo questa canzone!”

Non ricordo il titolo in verità, ma era una canzone che non sentivo da tempo ed era tanta roba.

Non parlammo più, iniziammo solo a ballare, a saltare e si, a versare parte del drink a terra, e forse anche un po’ addosso.

Ero completamente in balia della musica, mi sentivo leggera, mi stavo divertendo davvero tanto, le luci, l’aria, la musica, le orecchie che sembravano piene di ovatta… Era bellissimo.

In tutto questo, sentii solo qualcuno starmi dietro, abbracciarmi in vita, ballarmi intorno, avvicinarsi… 

Non mi importava chi fosse, avevo voglia… Girai qual poco la testa, alzai un braccio, lo passai intorno alla testa di Danilo, e ci baciammo.

Continua…

Lei non è mai esistita prima – Capitolo V

Capitolo V

Come tutte le mattine, i miei indumenti erano già pronti all’appendiabiti, quindi bastava semplicemente indossarli.

Quella mattina vestivo con un completo molto informale: un semplice maglioncino grigio in lana con trama sottile, delle calze nere, con su una gonna a tubetto in finta pelle del medesimo colore e degli stivaletti a caviglia con una fibbia oro a contornare la caviglia.

Presi il cappotto, la borsa, cellulare e chiavi ed uscii in tutta fretta, svegliandomi di colpo al mettere il naso fuori di casa ed inspirando quella fredda aria che svegliava i sensi.

Era freddo, davvero freddo, e l’erba aveva un sottile strato di brina che la faceva scintillare quando toccati dai deboli raggi del sole del mattino.

L’abitacolo dell’auto sembrava essere ancora più freddo che all’esterno, di solito guido senza cappotto che mi dà fastidio, ma quella mattina non potei far altro che tenerlo su, accendere la macchina e pregare che si scaldasse il prima possibile. 

-5° la temperatura segnata, ed erano le 8 del mattino.

Dopo quasi 40 minuti di traffico eccomi finalmente in ufficio, un luogo caldo finalmente.

Presi posto alla mia postazione, accesi il pc e subito andai come da routine alla macchinetta del caffè: avevo l’abitudine di non prenderlo a casa, ma appena arrivata in ufficio, come a dire “start, si comincia”.

“Buongiorno”

Salutai. Nella stanza con me, vi erano le postazioni di Cristina e Mary, anche loro responsabili della contabilità e della gestione dell’intera azienda.

Erano circa quattro giorni che il lavoro ci sormontava, e dovevamo correre: era stato aggiornato tutti il sistema di condivisione file e server farm, almeno questo era il nome che ci era stato detto, ma non avevo idea di cosa fosse, so solo che dovevamo imparare a lavorare in un modo un po’ diverso da come eravamo abituate finora. In pratica tutti i dati, documenti e programmi erano condivisi tra di noi, e per lavorare, dovevamo imparare ad usare una stanza in cui mettevamo tutto, in modo da poterlo condividere, modificare, quindi avere in tempo reale tutte e tre. Questa stanza poi era condivisa dal resto dell’azienda. In pratica tutti avevano tutto.

Il problema era imparare ad usare i vari sottoprogrammi per le fatture, la gestione etc, quindi si, erano giorni pesanti molto stressanti. Già tutto quello che ho detto poco sopra, sono tutte cose che ho imparato negli ultimi quattro giorni, maggior parte delle cose, non so ancora bene cosa sia.

Dunque, il caffè.

Stavo mettendo la cialda quando mi venne un dubbio: potevo prenderlo?

Non sapevo se in gravidanza potevo prendere o meno caffè, così restai un secondo ferma con la cialda in mano, a pensare.

La cosa non passò inosservata ad Ilaria

“Oi, ti sei incantata?”


“Eh? No scusami, ero sovrappensiero”

Così decisi di fregarmene: lo avevo preso anche ieri, per un giorno cosa sarebbe potuto succedere?

Così inserii la cialda, e schiacciai il solito “caffè lungo”, come tutte le mattine, poi mi voltai

“Quindi a voi come va con il nuovo programma?”


“Bah, a me non è cambiato niente: devo solo ricordarmi che tutti i resoconti spese, vanno nella cartella <resoconto spesa>, fine. A te invece?”

“Io ancora non ci ho capito molto, ma non sembra troppo difficile, devo solo capire come funziona. Cristina e Mary stanno messe peggio”.

“Immagino”

“Hey Girls! Buongiorno! Che si dice?”


Si presentò Sabrina.

“Nulla di che in verità, si parlava della nuova gestione del programma generale”

“Ah ho capito… oggi invece che si fa?”


“In che senso?”



Chiese Ilaria con aria un po’ perplessa

“Dai, è venerdì, facciamo qualcosa dopo il lavoro?”


“Mmm, non lo so, io devo tornare a casa che devo accompagnare Nicolas a calcio”

“Ho capito… Tu?”

Riferendosi a me

“Io non so, volevo stare un po’ con Rick”

“Porta anche lui”

“Chiedo e ti faccio sapere ok?

“Si ok, ma fallo!”

Era sempre così, poteva sembrare scontrosa e saccente a volte, ma sotto sotto era una bravissima persona. 

Se avevi un problema o qualcosa puoi stare sicura che puoi contare su Sabrina, oltre che nel lavoro anche nella vita. Tipo un mese e mezzo fa, quando abbiamo traslocato, è stata lei ad aiutarmi con moltissime faccende: organizzare/catalogare gli scatoloni, riempirli, caricarli e scaricarli. Il bello è che lo fa in maniera molto “silenziosa”, lei è lì, ma non la vedi, un po’ come l’aria che respiri.

Ricordo ancora quella calda giornata autunnale, eravamo in ufficio a lamentarci di quanto fosse caldo e senza pensarci dissi “ma ci pensi che questo fine settimana inizio il trasloco…”, giusto per lamentarmi un po’ del caldo, e Sabrina, beh, senza che dicessi nulla

“Vengo a darti una mano, tanto non ho niente da fare”

E si presentò davvero, lavorò sodo e non volle nulla in cambio.

Magari si sentiva in colpa perché al mio matrimonio, direi troppo ubriaca, ci provò con mio marito, e quello era solo un modo per scusarsi diciamo.

Forse, ma non penso, lei era così di natura, non era la prima volta che si proponeva di aiutare senza dire nulla e senza volere nulla in cambio, ma solo perché ha buon cuore.

Quindi mi decisi di mandare un sms a Rick, giusto per essere coerente con quello che avevo detto.

Così presi il telefono

“Invio”

“Ho chiesto, dopo ti faccio sapere”

“Oh yeah”

Una risposta un po’ distaccata, ma ci stava: erano anche le 9 di mattina e si, per chi dice che le 9 di mattina è tardi, come a dire “è un pezzo che è sorto il Sole”, beh, per me non è tardi, anzi…

Quindi tornai alla mia scrivania, soffiando delicatamente sul bicchierino bollente di caffè cercando un modo per raffreddarlo.

Poi pensateci: soffiare su qualcosa di caldo è esso stesso un controsenso, o almeno lo è per me. Io ad esempio soffio anche sulle cose fredde, non so il perché. Il motivo che mi do è che lo faccio perché inconsciamente cerco di riscaldarle. Sì, mi faccio spesso domande inutili.

Così mi sedetti davanti l PC che era ormai avviato.

Il caffè era solo un modo per attendere che il PC si accenda facendo qualcosa, visto che ci mette 10 minuti buoni, almeno non sto lì davanti impalata ad aspettare che si decida a partire. 

“Me ne serve uno nuovo” borbottai soffiando e portando alle labbra il primo sorso di caffè amaro: bollente!

Feci una smorfia con la lingua ed iniziai ad agitare la mano come un ventaglio nel tentativo di raffreddarla, e nel gesto ben poco aggraziato rischiai di gettarmi addosso tutto.

Così posai il bicchierino, mi voltai di scatto, e presi la bottiglia d’acqua che avevo in borsa e mi sbrigai a berne un sorso per raffreddare l’ustione che probabilmente mi ero procurata.

Mi presi quei cinque, forse dieci secondi per riprendere il controllo della mia lingua, stando con la testa china, gli occhi chiusi e tenendo il sorso d’acqua fermo in bocca per permettere al liquido di assorbire il calore. Alzai la testa di scatto, inghiottii e con un rumoroso soffio sputai fuori il vapore caldo dalla bocca.

Dopo una bella scrollata con la testa ero pronta ad iniziare a lavorare

“Questo schermo è un disastro”

Sussurrai dando una veloce occhiata al macello di cartelle, icone e documenti che popolavano il mio desktop: “Sarà il caso di sistemare un po’”.

Avevo quei quindici minuti prima che iniziassero ad arrivare mail e telefonate varie, così iniziai a creare cartelle con denominature varie, come avevo da poco imparato a fare, ctrl+swift+n era la scorciatoia per creare una cartella. Ci misi un po’ a ricordarmelo, forse troppo, perché i minuti passarono e senza neanche rendermene conto, Vittoria, il capo, mi stava chiamando dal bordo della scrivania.

“Fede, nel mio ufficio, subito”

Continua…

Lei non è mai esistita prima – Capitolo IV

Capitolo IV

Mamma mia che sonno, solo il fare colazione è faticoso. Non ho neanche voglia di mangiare, ho troppo sonno ed anche troppe cose da fare.

Solo che stanotte non ho dormito quasi niente, mi chiedo solo come faccia Rick a non risentire della carenza di sonno. Lo vedi che va gironzolando per la casa tutto pimpante, quasi fischiettando o canticchiando.

Ieri notte, dopo che gli ho detto di essere incinta, quasi non ci credeva: è rimasto tipo 10 secondi buoni impalato senza dire una parola, ho messo anche il dubbio il fatto che respirasse, poi i suoi zigomi iniziarono a gonfiarsi, le labbra a curvarsi, gli occhi a socchiudersi, ed assunse un’espressione di gioia ed incredulità allo stesso tempo. Si vedeva tuttavia che era felicità.

Quindi siamo stati quasi tutta la notte a parlare del come, del perché…

“Incinta? Ma come? Ma davvero?”

Si, me lo ha detto oggi la ginecologa”.

“Ma è bellissimo!! Ahahahaha” Disse saltandomi addosso abbracciandomi.

“Hey, piano, stai stringendo troppo!”


“Ma perché non me lo hai detto subito?”

“Beh, all’inizio volevo, poi ho avuto un po’ di paura in verità, te l’ho detto ora, senza pensarci, perché ero rilassata”

“… Sono felice…”

Disse sorridendo, e mi abbracciò ancora, per alcuni secondi, dandomi un calore che sentivo entrare fin dentro le ossa.

Fu un caldo e lungo abbraccio, in silenzio, dove non serviva parlare.

“Ti amo”

Erano le uniche parole che disse quando mi lasciò, sistemò il cuscino e si mise a dormire.

Io restai a guardarlo mentre si preparava le coperte, seguendo i suoi movimenti, i suoi gesti, la cura nel sistemare i lembi della federa in modo perfetto, senza che nessun angolo di tessuto uscisse.

Poi sorrisi, e mi misi a dormire anche io.

Quindi eccomi, con poche ore di sonno, anche agitate, stanca come se avessi scalato il K2.

“Hey tesoro! Ma che fai? Ci pensi?”


“Eh? Cosa?”

“Stai lì impalata! Hai il biscotto nel latte da una vita… Guarda, si è anche spezzato”

Guardai in basso, nella tazza, galleggiava metà del biscotto che avevo inzuppato. Distrutto

“Yaaawn… ho sonno, non ho dormito granchè, non stressarmi”

“Stressarti? Ma se ci stavi cadendo anche tu nella tazza tra un po’”

“Ah ma sta zitto”

Sorrisi, dopotutto era così che Rick mi faceva sentire: protetta.

Era sempre molto attento a come mi sento o cosa provo.

E’ un uomo che la sera mi chiede come sia andata la giornata, mi ascolta e mi da consigli. Si prende cura di me, mi rispetta, e mi ha molto a cuore, a volte anche troppo, rischiando di essere appiccicoso o pesante, ma è un difetto che alla fine si sopporta bene.

Dopotutto non lo fa apposta, lui fa così solo perché è un uomo di grande cuore, ha molte insicurezze e paure, come se avesse ricevuto poco affetto, ma ne può dare tanto.

E’ una cosa difficile da spiegare, è più che altro una sensazione. Spesso Rick è burbero, non parla molto, e sembra sempre un po’ sulle sue. Mi da proprio la sensazione che voglia sempre fare qualcosa per qualcuno, come se farlo lo faccia sentire meglio, o altro. Ormai lo conosco come conosco me stessa, so tutto di lui, ma ho sempre la sensazione, come se mi mancasse un pezzo, come se mi mancasse conoscere un pezzo di lui… E’ strano da dire, ma come se ci fosse una parte di lui ancora da scoprire, una parte sepolta chissà dove dentro di lui.

Ma amo anche questo di lui.

“Stasera uscirò un po’ prima dal lavoro, pensavo di fare la pizza. Ti va?”


“Siiii, magari! Oggi poi mi aspetta una giornata abbastanza impegnativa in ufficio, quindi tornerò sicuramente stanca morta.”

“Ma parlane con Roberta, cioè, non penso che tu possa stancarti così tanto adesso.”


“Ma dai, sono solo di poche settimane, ora non fa differenza se mi stanco un po’, anzi… se faccio come solito del resto. Aaaah, ultimamente è uno stress infinito. Questo nuovo appalto non ci da pace”

“Appunto, non stressarti!”

Sorrideva, un sorriso premuroso, che fece sorridere anche me

“Ci proverò”

“Brava!”

“Tanto con questo sonno che mi ritrovo, non riuscirei a combinare molto, ed è solo colpa tua!”


“Colpa mia?”


“Certo! Chi è che mi ha tenuta sveglia fino a tardi?”


“Ma cosa centro io scusa? E poi sei tu che sei andata a dormire dopo di me, come se non me ne fossi accorto”

“Sì, ma è solo colpa tua”


“E come?”


“Chi è che voleva farlo?”


“Eh vabè, se adesso ti attacchi a queste cose!?”

Era sempre divertente prenderci in giro così, anche perché ieri notte è stato stupendo, anche più del solito.

Sì, siamo una coppia che fuori è molto riservata, anche un po’ casta per così dire, ma nel privato siamo parecchio espliciti, un po’ perversi addirittura, ma immagino che vada bene così, dopotutto è la nostra vita privata, cosa importa tutti gli altri?

Ameno la nostra vita di coppia non è mai monotona.

“Metto i piatti nel lavello e vado. Te quanto hai?”


“Non molto, finisco una cosa quì poi esco anche io”

Ancora non sapevo cosa mi avrebbe riservato quella giornata, e sicuramente è stato meglio così, perché a ripensarci ora, forse avrei soltanto buttato tutto all’aria.